L'occhio palpitante
"Ora le nostre vite si appartengono. Come volevi. Grazie. Ciao". La performance (vista recentemente in un seminario universitario di antropologia) si conclude così, in uno specchio. Tutto è basato sullo sguardo. Sull'invito, attraverso il piccolo foro di un telo nero, a guardare negli occhi, a non distogliere lo sguardo. "Guardami, guardami! Mi vedi? Mi desideri? Guardami, cazzo!!". Un gioco che provoca, che attira e che respinge, l'occhio nell'occhio. Come sempre, quando si ha paura o timore di incrociare gli sguardi, di fissare le pupille.
Qualcosa di perturbante.
Perché chi guarda sempre negli occhi è un pazzo, secondo molti. O forse provoca, come per i duelli umani e bestiali. E proprio nell'era degli schermi, delle immagini, dei simboli, dei display e delle icone, l'uomo rinnega lo sguardo. Sopraffatto da troppe tele-visioni diventa cieco.
Eppure il desiderio nasce dall'occhio. Dall'occhio nell' occhio dell'altro. Dallo sguardo.
E il disagio nasce dallo sguardo. La cultura nasce dallo sguardo.
E l'arte...
L'arte, o cosiddetta o presunta, argomento scivoloso... Ma l'arte visiva, graffiti, scalpelli, pennelli e pixel, si basa sullo sguardo. Lo colpisce. Non ha funzioni o finzioni. Come un quadro, un'opera di design, una sedia, un video, una cover internettiana. "Le immagini al di là dell'occhio" come diceva Munch. L'arte che ci trascina sull'altro e sull'oltre. Attraverso, come direbbe il mio prof. di antropologia Canevacci, prospettive accese, metodi eccitati, sguardi eccessivi.
Cercare definizioni non serve. Anche il "web-artista"; Daniele Tabellini ci si interroga nella sua ultima intervista a Pioggia Acida: "E' sperimentazione? E' definibile? Si mangia?". Per poi azzardare una sentenza: "Secondo me un opera d'arte è ciò che diventa patrimonio della massa, che propone un messaggio, che matura col tempo una sensazione ed un messaggio condiviso".
Ma questa resta forse una valida definizione istituzionalizzata, buona per le cornici ed i musei. In un tempo, quello di oggi, che non è più quello delle cornici e dei musei.
Per esempio, l'illustre Bonito Oliva parla, e il discorso è complesso, di "anoressia dell'arte" E se invece si trattasse, da un po' di tempo, di "bulimia dell'arte". Un'arte che tutto inghiotte e tutto vomita e tutto cerca senza continuità di tempo, di spazio e di forme. Opere d'autore in cerca d'autore.
Un'arte indefinita, che nessuno si azzarda a chiamare tale, senza riuscire a trovare però altre definizioni o etichette. Un limbo, che va dai progetti multimediali ai flash di internet, alle performances interattive, al digitale.
Di nuovo Tabellini parla delle sue Live Painting & Performing Music, così come della fisicità dei dipinti a olio o dei pastelli che si sbriciolano sulla carta, così come dei suoi progetti digitali sul web. Come lui, tanti altri, certamente.
Dunque, uno stravolgimento e un miscuglio, uno scivolamento sui sensi.
Sguardo tattile. Sguardo olfattivo. Sguardo uditivo.
Sguardo erotico.
Salman Rushdie ha scritto: "Non a causa della tecnologia, ma a dispetto della stessa, la bellezza, quello spettro, quel tesoro, passa intatta attraverso le nuove macchine". E forse il segreto sta nell'oscuro oggetto del desiderio che rappresenta. Una verità irraggiungibile, un mancato appagamento alla base di tutto.