Recensione: Angeli a colazione di Dawn Powell
Dawn Powell è nata nell'Ohio nel 1896 ed ha vissuto buona parte della sua vita al Village di New York. In vita ha goduto di scarsa fama letteraria, infatti la traduzione e pubblicazione dei suoi testi in Italia (a cura di Fazi Editore) si deve alla recente riscoperta di questa autrice da parte di Gore Vidal e Edmund Wilson.
Questa l'introduzione, per capire di chi parliamo e perché molti non avranno sentito nominare Dawn Powell. Ma a leggerla, e qui viene il bello, sembra proprio di aver vissuto male, di essersi persi qualcosa e, quando si è finito, non si può che chiederne ancora.
"Angeli a colazione" ci porta nel mondo degli affari americani a cavallo tra i '30 e i '40, introducendoci personaggi dalle alterne fortune, presi da una vita di incontri di lavoro, di drink, divisi tra la moglie e l'amante. Sono personaggi compiaciuti, fieri di essere vuoti, fieri di (credere di) saper celare alle mogli le proprie piccole malefatte, partecipi di un progresso e di una ricchezza che non comprendono.
Dawn Powell non risparmia nulla ai suoi due uomini d'affari, Lou Donovan e Jay Olivier, che per tutto il libro sono destinatari di una ironia leggera quanto pungente, che non li lascia in pace un momento sia nelle loro alcoliche trattative d'affari, sia nella loro vita privata ufficiale e non. L'autrice in un passaggio li definisce come persone "normali", cioè incapaci di non mettersi nei guai, specie se di mezzo c'è una donna, persone "che dicono una cosa e ne fanno un'altra, che avvertono chi gli sta vicino del pericolo mentre loro, invece, ci si tuffano dentro."
E' un libro da gustarsi e da leggersi tutto d'un fiato, salvo interrompersi di tanto in tanto per ridere di gusto.