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Recensione: La statua di sale di Gore Vidal

La statua di sale (titolo originale: The city and the pillar) è un libro che mi ha preso, ha stretto saldamente quella strana parte del corpo a metà tra il cervello e il cuore e anche adesso non vuole mollare la presa. Gore Vidal non ha bisogno di presentazioni, ma dire che questo romanzo è uscito nel 1948 non è soltanto fare una notazione cronologica. Nell'america puritana del '48 è uscito un romanzo omosessuale il cui protagonista, Jim Willard, non è affatto stereotipato. E questo è già molto.

Jim e Bob sono belli, giovani, atletici. Sono disegnati intorno ad archetipi olimpici e giocano a tennis in Virginia come potrebbero lanciare il giavellotto ad Atene. Si incontrano, passionalmente, per poi separarsi. Il romanzo narra proprio di questa separazione, che vede Jim rincorrere Bob, certo del loro legame, del suo amore.

Jim cresce lungo tutta la narrazione, matura, pur mostrando spesso agli altri un aria da "stupido ragazzo del sud", che gli consente di studiare il mondo e di non far scoprire ai suoi amanti il suo vero obiettivo, la ricerca del suo Bob. In questa ricerca lo imita, imbarcandosi come mozzo, poi prende una strada diversa quando a Hollywood si procura un ricco amante e quando poi parte per New York, teatro del finale, in compagnia di uno scrittore.

E' attento Vidal quando mette in piedi il mondo gay, a tracciare le differenze tra i virili e gli effeminati, tra i notori e velati, in uno sforzo perfettamente riuscito di fuggire i cliché omosessuali per descrivere l'omosessualità così com'è.

Gore affronta in tempi non sospetti quel tema omossesuale, che poi sarebbe diventato un "genere", con lucidità e attenzione, tanto da ingannare la critica che identificava l'autore nel personaggio di Jim. Ma Vidal chiarisce che tra lui e Jim ci sono in comune soltanto alcuni luoghi.

Jim è presente in una forma costantemente appiattita dall'univocità e dalla cecità dei suoi intenti, a tratti scompare per mostrarsi unicamente costretto ad agire da una forza che ha fatto sua solo perché è il suo unico impulso vitale. Questo il seme che porta Jim a non comprendere, nel finale, come le cose siano potute andare in modo di diverso da come aveva previsto.

Per qualche nota in più vi rimando alla prefazione (in pdf ) dell'ottima edizione di Fazi (la traduzione è di Alessandra Osti) in cui Gore Vidal parla del rapporto con la critica, dell'importante svolta che questo romanzo ha avuto nella sua carriera, del rapporto con Isherwood e delle note trovate nei diari di Thomas Mann, a cui Vidal ammette volentieri di essersi ispirato.

Il libro non può che meritarsi il massimo dei voti.

Comments

Cerco su google questo doc: "Rapporto Gore" che sarebbe in lingua madre: National Performance Review Report.
Guarda invece dove vado a incappare?!

Ciao tony

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