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Pulizie di primavera sul database di >skip pop. A causa di un errore i link vecchi venivano interpretati come nuovi. Domani aspettatevi qualche piccolo cambiamento sulla top200.
Non c'azzecca quasi nulla, ma una bella campagna per cambiare tutti i link da http://www.blog-it.net/ (ora inesistente) al redivivo http://www.blog.it/?
Okay, ho capito. Mi disattivo che è meglio...
Stamattina il mio filtro bayesiano antispam ha fatto cilecca lasciando ben tre messaggi di spam nella inbox. Incuriosito dal fatto ho chiesto al software di fare un secondo controllo, ma nulla: per lui erano messaggi legittimi. Poi, guardando meglio il testo di uno dei messaggi, ho scoperto che insieme all'imperdibile offerta di diventare ricco con eBay c'era un testo piccolo piccolo. Non era però la solita accozzaglia di parole a caso, ma il testo di due piccoli raccontini-spam.
E' nato un nuovo genere letterario: la Spam Novel.
Mercoledì scorso (il 17 per la precisione) cadeva il compleanno di >skip pop. Ironia della sorte il servizio era down per colpa - ovviamente - mia.
Era da un po' che aspettavo questo momento per poter aggiungere una paginetta in più al già complicato sistema. Si tratta della classifica dei link più popolari "In questo giorno... un anno fa".
Con l'occasione ho aggiunto anche una paginetta dedicata ai film citati sui blog, ma ho come l'impressione che funzioni male come quella dedicata ai libri.
Tanto per mettere un po' di numeri: il coso analizza circa 2'400 blog che nel corso di un anno hanno fatto circa 349'515 link (quindi circa 145 link pro capite). Il blog che fa più link in assoluto è quello di Giulio Zu sulle Reti relazionali seguito da Network Games di Beppe Caravita. Infine durante l'ultimo anno secondo il sistema sono morti circa 170 blog.
Per quanto riguarda me - in oltre un anno - non ho ancora onorato la promessa di pubblicare il codice del sito perché mi vergogno di far sapere al mondo quanto è scritto male ;-).
Da qualche giorno ho smesso di usare Microsoft Office e ho iniziato ad usare OpenOffice per realizzare documenti e presentazioni. Al di là di considerazioni tecnologiche (OO salva tutti i file in formato XML) la transizione è stata più che morbida: importo e salvo i file in formato office, posso esportare nativamente in formato PDF, il correttore ortografico è ragionevolmente buono.
Se qualcuno è spaventato al fatto che OpenOffice è alla versione 1.qualcosa, sappiate che il programmone si basa sulla versione 5.qualcosa di StarOffice ed è quindi lungi dall'avere le caratterstiche di una versione "unopuntozero".
Questa settimana ho anche cambiato aggregatore: da Newsgator sono passato a Bloglines. Dalla massima integrazione con Outlook ad un sistema solo Web: un bel progresso.
La conta del software che voglio cambiare è quasi finita. Attendo con ansia la fine dell'anno per avere una prima Beta utilizzabile di Chandler in modo da cestinare il mio vecchio compagno Outlook.
Cercando un po' meglio le reazioni che ci sono state al decreto Urbani mi sono imbattuto nelle proteste della lobby discografica FIMI che contesta al ministro dei Beni Culturali l'assenza degli mp3 dalla legge anti-p2p. Affascinante questo aspetto di un legge che, oltre ad essere sbagliata nei princìpi, è anche scritta male.
Durante la stessa ricerca mi sono imbattuto in questa intervista a Fernando Mantovani della EMI e Enzo Mazza della FIMI. Tra verità più o meno vere emerge comunque il fatto che sono le stesse case discografiche, con i loro barocchi sistemi di licenze, ad essere i primi nemici dei sistemi di download legale (in questo caso della musica, ma la stessa considerazione vale anche per i film, i libri, etc.).
Interessante anche la parte in cui si tenta di difendere il costo dei brani sui principali sistemi “legali”: 99 cent (di dollaro) sono una cifra giusta per questi signori.
Di fronte a tutte queste assurdità è stupefacente quanto la licenza lanciata da Creative Commons un anno fa circa sia avanti. E' nella
la soluzione ai problemi del ©.
Urbani è più avanti. Secono questo comunicato della presidenza del consiglio il decreto Urbani (questo il presunto testo) è stato approvato con alcune modifiche rispetto alla proposta annunciata nei giorni scorsi.
Punto informatico pubblicava già ieri una prima sintetica analisi in cui evidenziava come la sanzione per il pirata domestico sia una multa di 1,500 €. In attesa di conoscere il testo definitivo approvato non è possibile andare molti più a fondo nell'analisi.
I punti caldi, al di là della sanzione per chi scarica materiale © via peer-to-peer, a mio avviso sono i seguenti:
Resta tutta da scoprire anche la reazione che la Rete dimostrerà da un punto di vista tecnologico. Il Freenet Project langue, le reti server-less sono ancora in fase di sperimentazione (Kademlia a tratti funge, a tratti no), ma visto che ragioniamo in "tempo Internet" tutto può succedere.
Come ultima istanza dopo questo formale divieto all'uso di tecnologie peer-to-peer vorrei tanto avere qui sottomano i servizi legali approvati dalle major per scaricare/vedere/comprare musica e video. Ma non esistono, almeno non in Italia. E questo la dice lunga su quanto siamo indietro.
Bruce Sterling ha spesso affermato o lasciato intendere che secondo lui l’Italia è avanti, molto avanti rispetto al resto del mondo. In effetti siamo stati il primo paese a fare retate nelle case di chi aveva una BBS, il primo paese a mettere a capo del governo un magnate dei media e forse saremo il primo paese a vietare le reti peer to peer.
Da quando lavoro per una multinazionale dell’intrattenimento ragiono più spesso sul rapporto tra le lobby dell’industria dell’entertainment, le reti di pirateria a pagamento e i sistemi di file sharing.
Se dovesse essere approvata la proposta Urbani si aprirebbero molti scenari interessanti, alcuni - a onor del vero – alquanto paurosi, ma che metterebbero l’Italia in prima linea nello svelare i meccanismi che stanno dietro all’evoluzione del mondo digitale interconnesso.
Vorrei partire da una analisi delle conseguenze di questa nuova norma per allargare il campo alle conseguenze economiche che porterà, per concludere infine con qualche considerazione “di scenario” per la sopravvivenza non del peer to peer, che sopravviverà di sicuro, ma delle major. E la sopravvivenza delle major, in questo momento della mia vita, è anche mio interesse.
Secondo quanto riportato sinora la proposta Urbani è la prima legge che supera le frontiere della scienza e della tecnica e che è applicabile solo in un futuro non troppo prossimo. I provider infatti non sono in grado di procurarsi sistemi di filtraggio tali da riuscire, una volta intercettata una comunicazione fatta attraverso un sistema di file sharing, ad individuare di che file si tratti e se è proprietà intellettuale di qualcuno. Da questo punto di vista si tratta quindi di una vera e propria fantalegge.
Come giustamente scrive Cesare, in assenza di servizi commerciali in concorrenza alle reti peer to peer non si spiega perché gli utenti dovrebbero continuare a pagare alti canoni per avere una ADSL da usare per la mail e per navigare sul Web. Sarebbe la fine della banda larga in Italia.
Ammesso che i provider si procurino la fantamacchina che riesce a capire che cosa sto scaricando e se è protetto da copyright, la cosa interessante sarebbe vedere il numero di assunzioni che l’ufficio legale dei provider dovrebbe fare per denunciare tutti i propri utenti e il numero di avvocati specializzati in diritto di autore che saranno impegnati a difendere gli utenti. Insomma, mai più disoccupazione per i laureati in giurisprudenza!
Per parafrasare l’omnicitato passo di Mike Godwin è possibile che oggi stesso possiamo rispondere alla domanda retorica posta dall’esimio esponente dell’EFF. Io ero al lavoro. Tu eri a casa. Michela era dal fidanzato...
La prima conseguenza di un crackdown sulla pirateria telematica - vale la pena di ricordare che la pirateria telematica non ha tipicamente scopo di lucro - sarà a mio avviso un allargamento del giro della pirateria “da strada” o “da banchetto”. L’interessante logica sottesa a questo meccanismo è che chi fa una cosa per passione viene vessato, chi la fa per guadagno subisce allo stesso modo leggi restrittive, ma ha più possibilità di farla franca. A livelli di “princìpi” mi sembra davvero una brutta cosa.
Non sono il solo ad affermare che in un mercato come quello dei prodotti culturali il consumo genera consumo, l’interesse genera interesse, le cose portano altre cose. La rete raggiunge chi consuma più prodotti di intrattenimento, raggiunge proprio le fasce a reddito medio-alto che sono destinatarie dei prodotti che le major vogliono difendere. Privare il mercato della possibilità di scaricare dai sistemi peer to peer non necessariamente aumenterà gli introiti delle liceissime industrie cinematografiche e musicali. Anzi, secondo me ad una chiusura del mercato del peer to peer corrisponderà una riduzione anche del mercato dei prodotti “legali”.
Argomento trito e ritrito, ma vale la pena di ricordare che ogni volta che la tecnologia ha reso possibile l’impossibile, ovvero con l’avvento del cinema sul teatro, la radio sui dischi, la televisione sul cinema, il satellite sulla televisione e il peer to peer su tutti gli altri strumenti, in un primo momento si è sempre demonizzato il nuovo per mantenere in piedi il mercato creato dalla vecchia tecnologia. La storia insegna che nessuna nuova tecnologia ha ucciso quella che c’era prima.
Nel mercato dei prodotti digitali riprodotti su supporti atomici (ovvero dei CD e dei DVD) valgono regole di marketing che impongono, in tendenza, di inondare il mercato con tantissime copie di pochissimi prodotti. Solo così si ottengono i margini di guadagno più elevati. Finché non c’è libertà di scelta ci si adatta a pescare dal paniere che le major hanno scelto per noi. Poi però quando si rende disponibile l’intero catalogo, sia dei prodotti già rilasciati, sia di quelli ancora da rilasciare, le richieste del consumatore si fanno più sofisticate.
Il solo fatto che sia esistito storicamente il file sharing ha fatto capire agli utenti/clienti che Messaggerie musicali, Blockbuster e Ricordi – tanto per fare qualche esempio – sono negozietti dove non si trova nulla. Persino i più grandi megastore del mondo oggi non possono rivaleggiare con la ricchezza del catalogo disponibile sui sistemi di file sharing. Quella di rendere disponibile ai propri clienti l’intero catalogo dei prodotti è forse la vera prova che l’industria dell’entertainment dovrà affrontare.
L’idea di lanciare un prodotto in diversi formati secondo una pianificazione temporale è finita, morta. Provo a spiegarmi meglio: pensare di far uscire un film nei cinema e poi, dopo 6 mesi, far uscire il DVD è oggi fallimentare. I consumatori hanno a disposizione il Divx dei film quando escono al cinema. Le major dovrebbero adeguarsi allo stato delle cose e rilasciare i propri prodotti nei cinema e nei negozi nello stesso momento. E’ l’unico modo per far concorrenza alle reti peer to peer e provare a riprendersi quel pezzo di mercato che hanno perso.
Ma un’altra cosa che non ha più senso è pensare di far uscire film, CD e DVD in momenti diversi in diverse parti del mondo. Il mercato digitale si muove in tempo reale: se una band ha finito un CD ed ha fatto qualche copia per gli amici quella è la data di rilascio del disco, non quella decisa dal marketing dei discografici. Se un film esce negli USA, quella è la data di rilascio mondiale, visto che quel film sarà a quel punto disponibile (probabilmente in bassa qualità) in tutto il mondo. Se ad esempio negli Stati Uniti esce il DVD di un film che non è ancora entrato in programmazione nelle sale del mio paese, beh, come si fa a dire che ancora quel film in Italia non è uscito se io lo posso vedere sul televisore del mio salotto?
Quello digitale è un mercato pericoloso ed insidioso. La diffusione del PC e di Internet è senza dubbio una rivoluzione più grande come entità e conseguenze della diffusione della radio o della televisione. Non ho qui la soluzione. Non so come le major potranno portare a proprio (anche giusto) profitto il mercato digitale. Resta il fatto che oggi non posso fare legalmente quello che posso fare illegalmente. Posso seguire giorno per giorno una serie TV americana dall’Italia senza dover attendere che Raiset o Fox la acquistino e la doppino. Posso accedere ad una libreria musicale che va dalle registrazioni di 78 giri in lavagna alle prossime hit musicali che non sono ancora uscite. E le major non mi danno alternative: devo usare sistemi peer to peer per avere ciò che voglio, perché ciò che voglio, sul mercato legale e rispettoso del copyright, non c’è.
Credo che se passerà un provvidemento come quello ventilato da Urbani sarà una cosa salutare per tutti. Certo l’idea di essere denunciato da Telecom perché sto scaricando le puntate della terza serie di 24 (ebbene sì, sono “reo confesso”) mi fa venire un brivido alla schiena. L’idea di non poter fare un link “ed2k” che porta ad un file disponibile sulla rete edonkey è piuttosto terrificante. Ma credo anche che la legge Urbani sia inapplicabile sia per ragioni tecnologiche, sia per ragioni economiche e che sia inaccettabile dal punto di vista dei diritti civili.
E’ chiaro che bisogna combattere il proibizionismo telematico verso cui stiamo andando a rapide e ampie falcate. E’ chiaro che le istanze relative al peer to peer sono da ascriversi alle libertà personali ovvero ai diritti civili e che quindi vanno discusse al livello politico (e dovrebbero essere già da tempo nei programmi dei partiti). E’ anche vero che la MPAA e la RIAA dovranno rivoluzionare il modo in cui lavorano e questo a me non sembra alla fine un gran male.